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Qualunque


 

L'essere che viene è l'essere qualunque. Nell’enumerazione scolastica dei trascendentali (quodlibet ens est unum, venum, bonum seu perfectum, qualsivoglia ente è uno, vero, buono o perfetto), il termine che, restando impensato in ciascuno, condiziona il significato di tutti gli altri, è l'aggettivo quodlibet. La traduzione corrente nel senso di «non importa quale, indifferentemente» è certamente corretta, ma, quanto alla forma, dice esattamente il contrario del latino: quodlibet ens non è «l'essere, non importa quale», ma «l'essere tale che comunque importa»; esso contiene, cioè, già sempre un rimando alla volontà (libet), l'essere qual-si-voglia è in relazione originale col desiderio.

II Qualunque che è qui in questione non prende, infatti, la singolarità nella sua indifferenza rispetto a una proprietà comune (a un concetto, per esempio: l'esser rosso, francese, musulmano), ma solo nel suo essere tale qual è. Con ciò, la singolarità si scioglie dal falso dilemma che obbliga la conoscenza a scegliere fra l'ineffabilità dell'individuo e l’intellegibilità dell'universale. Poiché l'intellegibile, secondo la bella espressione di Gersonide, non è un universale né l'individuo in quanto compreso in una serie, ma la «singolarità in quanto singolarità qualunque». In questa, I'esser-quale è ripreso dal suo avere questa o quella proprietà, che ne identifica l'appartenenza a questo o quell’insieme, a questa o quella classe (i rossi, i francesi, i musulmani) – e ripreso non verso un'altra classe o verso la semplice assenza generica di ogni appartenenza, ma verso il suo esser-tale, verso l'appartenenza stessa. Cosi l'esser-tale, che resta costantemente nascosto nella condizione di appartenenza («vi è un x tale che appartiene a y») e che non è in alcun modo un predicato reale, viene esso stesso alla luce: la singolarità esposta come tale è qual-si-voglia, cioè amabile.

Poiché l'amore non si dirige mai verso questa o quella proprietà dell'amato (l'esser-biondo, piccolo, tenero, zoppo), ma nemmeno ne prescinde in nome dell'insipida genericità (l'amore universale): esso vuole la cosa con tutti i suoi predicati, il suo essere tale qual è. Esso desidera il quale solo in quanto è tale – questo è il suo particolare feticismo. Cosi la singolarità qualunque (l'Amabile) non è mai intelligenza di qualcosa, di questa o quella qualità o essenza, ma solo intelligenza di una intellegibilità. Il movimento, che Platone descrive come l’anamnesi erotica, è quello che trasporta l'oggetto non verso un'altra cosa o un altro luogo, ma verso il suo stesso aver-luogo - verso l'Idea.

 

 

Tratto da: Giorgio Agamben, La comunità che viene, © 1990 – Giulio Einaudi Editore – Torino.

Autore: Maria Grazia Bregani
Pubblicato il: 13/08/2018 @ 20:52:02
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